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fritz Perls_Critica delle teorie psicanalitiche del sé
Abbiamo parlato molto delle divisioni nel campo, lo sfondo del contatto. Consentiteci adesso di rivolgere la nostra attenzione alla formazione della gestalt nel campo, cioè alla spontaneità del sé. Come abbiamo cercato di mostrare nel sesto capitolo, esiste una paura epidemica della spontaneità; viene considerata “infantile” per eccellenza, poiché non tiene presente la cosiddetta “realtà”; è irresponsabile. Ma consideriamo il comportamento sociale di una delle consuete questioni politiche, e vediamo cosa significano questi termini. C’è una questione, un problema; e ci sono dei partiti opposti: i termini in cui  il problema viene formulato sono tratti dalle diverse politiche, dagli interessi acquisiti, e dalla storia dei partiti; e questi vengono considerati gli unici approcci possibili al problema. I partiti non sono costituiti a partire dalla realtà dei problemi (eccezione fatta per i grandi momenti rivoluzionari), ma si crede che il problema sia “reale” solo se è formulato entro la struttura accettata. Ma in realtà nessuna della politiche contrastanti si raccomanda spontaneamente come una soluzione reale del problema reale; e l’individuo si trova quindi sempre di fronte a una scelta tra “il minore dei mali”. Naturalmente tale scelta non eccita né entusiasmo né iniziativa. Ciò viene definito essere “realistici”.

L’approccio creativo a una difficoltà è esattamente contrario: esso cerca di sollevare il problema a un livello diverso scoprendo o inventando un terzo approccio nuovo che è essenziale per la questione e che si raccomanda spontaneamente. (Questo diviene allora la politica e il partito). Ogni qualvolta la scelta si limita semplicemente e esclusivamente al “male minore”, senza immaginare una soluzione veramente soddisfacente, è probabile che non ci sia un conflitto reale ma solo la maschera di un conflitto reale che nessuno vuole guarda in faccia. Di solito i nostri problemi sociali sono presentati in modo tale da nascondere i conflitti reale e impedire le soluzioni reali, giacché queste potrebbero richiedere rischi e cambiamenti gravi. Se un uomo, però, esprime spontaneamente il suo turbamento reale, o semplicemente il senso comune, e mira ad un adattamento creativo della questione, si dice che sta tentando di evadere dalla realtà, che è utopista, che non è né pratico né realista. È il modo accettato di porre il problema, e non il problema stesso, che viene preso per realtà. Possiamo osservare questo comportamento in famiglia,, in politica, nelle università, nelle diverse professioni. (Così, solo dopo, notiamo come le epoche passate, le cui norme sociali abbiamo superato, sembrano essere state così stupide sotto ceri aspetti. Oggi siamo in grado di vedere che non c’era nessuna ragione perché un approccio spontaneo, o un po’ più di senso comune, non avrebbe potuto risolvere facilmente i loro problemi, impedire una guerra disastrosa, ecc. Salvo il fatto che, come la storia dimostra, qualsiasi approccio nuovo sia stato proposto in quel tempo, semplicemente non veniva considerato “reale”).

La maggior parte della realtà del principio di realtà è costituita da queste illusioni sociali, ed è mantenuta per mezzo della conquista del sé. Questo diventa ovvio se consideriamo che nelle scienze naturali e nella tecnologia, laddove raggiungono il loro meglio, ogni tipo di intuizione, desiderio, speranza e progetto viene considerato senza il minimo senso di colpa o angoscia; non si “conforma alla” materia reale, ma questa viene osservata con fascino e con temerità e viene resa oggetto degli esperimenti. Ma in altri campi (dove la faccia deve venir salvata) abbiamo il seguente circolo: il principio di realtà rende la spontaneità creativa oziosa, pericolosa e psicotica; l’eccitazione rimossa viene rivolta con un’aggressività sempre maggiore contro il sé creativo; e la “realtà” della norma viene quindi sperimentata come effettivamente reale.

La timidezza più triste non è la paura dell’istinto né quella di danneggiare, ma è invece lapaura di fare qualcosa in una propria maniera nuova; oppure quella di omettere di farlo se non si è veramente interessati. Ma le persone consultano manuali, autorità, commentatori dei quotidiani, opinione informata. Quale quadro del sé si può quindi delineare? Non è nemmeno assimilativo, e certo non creativo; è introiettivo, aggiuntivo, rigurgitante.

Fritz Perls, Critica delle teorie psicanalitiche del sé.
 






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